L’analisi del prof. Gianni Lepre, presidente del Club delle Eccellenze di Confesercenti Campania e Molise

Napoli in se per se è una eccellenza dell’intero pianeta, una città unica nel suo genere, una delle maggiori e più accreditate capitali d’Europa, per molti la città più bella del mondo, dove i contrasti alimentano l’incanto di una visione quasi ancestrale. Napoli è capitale di tutto, tranne che della sua stessa valorizzazione e rinascita.  Eh si, costa molto parlare in questo senso della città che fu del grande Eduardo, dell’immenso Totò, del grande Massimo Troisi, di Luciano de Crescenzo, di personaggi dell’arte e della cultura che hanno trasformato  Napoli, nel XX secolo, in un museo a cielo aperto e nella capitale del tutto per antonomasia. 150 anni di Questione Meridionale hanno trasformato la città da capitale del regno più ricco del mondo alla “carta sporca” della celeberrima canzone di un altro grande: Pino Daniele. 

“Le colpe?  – esordisce il prof. Gianni Lepre, presidente del Club delle Eccellenze di Confesercenti Campania e Molise ed opinionista economico del TG2 – Innanzitutto la politica, che ha depredato e continua a depredare la città delle sue migliori e più ambite risorse; le amministrazioni che si sono succedute a Palazzo San Giacomo, estremo esempio di dissolutezza delle idee; la mentalità: esempio concreto di negazione allo sviluppo”. 

Lepre poi parte con l’analisi nel dettaglio: “Le colpe della politica e dei governi di questo Paese sono tante e variegate, tra cui una fondamentale che noi consideriamo la madre di tutte le questioni: il voluto e congegnato gap nord sud per disegnare un paese a due marce. Quando al nord le persone conoscevano a stento l’agricoltura per sfamarsi, Napoli era la capitale di un regno ricchissimo, con alle spalle l’antico Banco di Napoli, e che sedeva al tavolo dei grandi d’Europa. Oggi se questa città si siede al tavolo della conferenza delle regioni è già tanto”. Il presidente Lepre poi analizza la questione amministrativa in città: “Palazzo San Giacomo, il palazzo dei napoletani, è stato sempre il simbolo di una città viva, propositiva. Quel portone centrale è stato attraversato da primi cittadini passati alla storia come Nicola Amore, a cui il popolo ha dedicato una piazza, Achille Lauro, Maurizio Valenzi, tutte persone che, in una maniera o nell’altra, hanno dedicato la loro vita professionale e politica al servizio della città e dei cittadini che amministravano. Non possiamo dire la stessa cosa oggi, almeno in questi ultimi 25 anni, il periodo di passaggio di una generazione. Oggi Palazzo San Giacomo è un trampolino di vita, e i Napoletani solo cittadini col diritto al voto”. Lepre poi chiude la sua analisi con la questione legata alla mentalità popolare: 

“La mentalità, una questione di DNA per molti, per altri solo il concretizzarsi dei postulati di quella bella canzone popolare che dice che a ‘Napoli tutto è permesso perché si è sempre fatto’. Un fatto è certo: se da una parte questo alimenta il folklore che rende Napoli unica al mondo, dall’altra parte condanna la città al sottosviluppo provocato dalla sua stessa condotta”.

Non è semplice sintetizzare i parametri napoletani, come non è affatto semplice indicare una via per la risoluzione, anche solo parziale, dei problemi che affliggono questa realtà. In questo, torna in non sto soccorso il prof. Lepre che sottolinea: 

“L’Italia non aiuta Napoli, con la conseguenza che Napoli non si è mai sentita italiana, e continua ancora oggi, terzo millennio, ad essere terra di confine, un meraviglioso giardino a cui però il vivaista non concede cure, per dirlo in maniera floreale, e per essere più Green di quanto la natura stessa di questa città possa essere”. “La cura? Eh, bella domanda – ha poi proseguito l’economista – Per il covid19 hanno trovato almeno una mezza dozzina di vaccini, ma per questo non esistono vaccini, ma solo la volontà concreta, tutta umana, di risolvere delle questioni legate indissolubilmente ad altre più o meno oneste”.

Ma se per un solo giorno il prof. Lepre fosse al posto del premier Draghi?, la domanda fatidica che solletica la proverbiale intelligenza di un uomo di economia.

“Basterebbe che lo fossi anche per 1 ora e come prima cosa farei ripartire la produttività di bandiera dal made in Italy, dalle tante eccellenze che sull’intero territorio nazionale rendono il tricolore il vanto assoluto in tanti settori. Per Napoli, poi, farei la stessa cosa, riportando alla luce l’immensa tradizione culturale e artigiana di una città che ha sempre vissuto sulle sue bellezze, ma che oggi, per l’interesse di pochi, è costretta a vivere nell’opaca luce mediatica e cinematografica delle sue peggiori nefandezze”. 

Abbiamo poi chiesto al noto economista di casa Rai di concludere, magari con qualche effetto speciale, tanto per non farci mancare nulla: “cui prodest scelus, is fecit (il delitto l’ha commesso colui al quale esso giova) – i Latini erano dei grandi, e noi non lo saremo mai con tutta la tecnologia ed il sapere. Questa espressione fotografa esattamente quello che è capitato e continua a capitare a Napoli”. Il professore ha poi concluso: “Le nuove generazioni devono capire che la città è, e resta la nostra eredità da salvaguardare e promuovere tutti insieme, ognuno nelle sue abilità e nelle sue inclinazioni. Diversamente, la deriva è la migliore delle prospettive”.